Enrico Pedenovi 29 aprile 1976/2009

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Enrico Pedenovi 29 aprile 1976/2009

Messaggio  Admin il Dom 26 Apr 2009, 21:55


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Cognome e Nome Enrico PEDENOVI
Luogo e data dell’attentato Milano 29 aprile 1976
Luogo e data della morte Milano 29 aprile 1976
Descrizione dell’attentato
A Milano non passa giorno senza aggressioni compiute dall’”antifascismo militante”.
E’, di già, trascorso un anno dalla morte di Sergio Ramelli, la destra milanese vive nella tensione, deve commemorare quell’assassinio. La sinistra estrema e quella ufficiale sono compattamente mobilitate, per impedire qualsiasi forma di commemorazione pubblica dell’anniversario.
La famiglia Ramelli, non riesce a trovare una chiesa in cui far destinare una messa di suffragio al figlio, dopo il rifiuto del parroco di viale Argonne. Si rivive il tempo della guerra civile,
nel 1945, anche i preti hanno paura e temono ritorsioni. Arriva in questo clima il mattino del 29 aprile, si sa già che sarà una giornata dura, per il pomeriggio è previsto il raduno dei militanti di destra in via Mancini, sede del M.S.I., ma alle prime luci dell’alba la sinistra ha già deciso come “commemorare”, a modo suo, la morte di Ramelli. Assassinando il cinquantenne consigliere provinciale del M.S.I., Enrico Pedenovi.

Erano le 7,45 del 29 aprile 1976, quando Enrico Pedenovi, come ogni giorno esce dalla propria abitazione in viale Lombardia per recarsi presso il suo studio. Come d’abitudine sfoglia i giornali per conoscere sommariamente le prime notizie.

Quella stessa mattina tre assassini rossi, a bordo di una Simca rubata la notte precedente, attendono che Pedenovi sia immerso nella lettura; due di essi scendono dalla Simca, si avvicinano alla macchina, sparano contemporaneamente contro di lui e ritornano alla Simca che si dirigerà verso piazza Durante.

Il suo volto e il suo indirizzo erano stati pubblicati da “Lotta Continua” su una lista di proscrizione dal significativo titolo di “ Pagherete tutto” contenente nomi immagini, indirizzi e abitudini di un centinaio di militanti della destra milanese.

Quando la notizia della morte di Pedenovi si diffuse, come è ovvio decine di missini cercarono di recarsi sul luogo del delitto per portare un fiore, per esprimere cordoglio alla famiglia, ma l’intera zona era chiusa, presidiata da un cordone, non già di polizia o carabinieri, bensì di almeno seimila compagni con i volti coperti e le chiavi inglesi. In tutte le strade limitrofe al luogo del delitto gruppi armati di comunisti impedivano a chiunque di avvicinarsi.
Ci furono inseguimenti e decine di pestaggi.
Chi riuscì a forzare il blocco e ad arrivare sul luogo del delitto, non vi trovò neppure un fiore, né l’ombra di un poliziotto, (lo Stato nato dalla resistenza aveva paura).
Rimaneva solo una “anonima” macchia di sangue sull’asfalto per la quale nessuno aveva il coraggio di mostrare pietà, in un grigio squallore figlio della paura e dell’inciviltà simboli del comunismo imperante.

Enrico Pedenovi si doveva ammazzare in quanto esponente missino.

In quegli anni era comodo additare nei fascisti i responsabili di tutti i mali, anche quelli di natura sociale ed economica, che non potevano non pesare sui governi, per distrarre l’attenzione della violenza dalle loro persone. I fascisti venivano lasciati in prima linea da soli a fronteggiare il comunismo nella sua peggiore espressione. Dietro quella fragile prima linea molti socialisti e democristiani si creavano un alibi, nel caso in cui quella trincea venisse travolta, esprimendo, anche con il silenzio, il loro consenso alle violenze o, peggio, additando i punti deboli da colpire.

Biografia
Enrico Pedenovi, 50 anni, padre di due figlie di 22 e 10 anni. Avvocato, consigliere provinciale nonchè Federale del M.S.I. di Milano
Chi ebbe modo di conoscere Pedenovi lo ricorda come uno degli uomini più miti e concilianti, un padre di famiglia onesto e laborioso che non aveva mai inteso la politica come scontro.

Stato processuale
Perché colpire proprio lui?
La risposta arriverà molti anni dopo quando, una volta smantellato l’apparato militare di Prima Linea, salteranno fuori anche i suoi assassini.
Nel corso del procedimento penale si scoprirà infatti che gli autori del delitto, militanti di Lotta Continua che aspiravano a diventare terroristi di Prima Linea, scelsero, tra i molti obiettivi possibili e schedati, quello “più facile”. Facile perché era un abitudinario.

Gli assassini di Pedenovi furono giudicati nel 1984, nell’ambito del maxiprocedimento nel quale, complessivamente, furono inflitti quindici ergastoli e oltre dodici secoli di carcere per nove omicidi, 12 tentati omicidi e centinaia di attentati, rapine e violenze di ogni tipo.
Il 22 ottobre 1984, dopo centodue udienze e diciotto giorni di camera di consiglio, la terza Corte d’Assisi di Milano emetteva il suo giudizio. Per gli imputati del delitto Pedenovi, la condanna all’ergastolo venne pronunciata nei confronti di Bruno La Ronga e Giovani Stefan. In virtù dell’autocritica espressa in dipartimento Enrico Galmazzi si vide infliggere 27 anni di reclusione. Pietro Del Giudice, riconosciuto concorrente morale nell’assassinio fu condannato a 28 anni.

In appello (e in Cassazione) il carcere a vita verrà confermato solo a Giovanni Stefan (per altro latitante), 29 anni vengono inflitte a Bruno la Ronga e 27 confermati a Enrico Galmozzi, mentre Pietro Del Giudice viene assolto.

Benito Bollati, avvocato di parte civile per la famiglia Pedenovi e già deputato del M.S.I., sull’assassinio e il processo penale scrisse il libro “ Il delitto Pedenovi” (Lasergrafica Polver, Milano 2001)
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